emozionarsi a scuola

Normalmente, quando si parla di scuola, si affrontano tematiche legate all’apprendimento, ai contenuti, alle materie di insegnamento. Scuola significa orari, verifiche, schede, compiti per casa, voti.
Negli ultimi anni la parola scuola richiama spesso anche al concetto di comportamento; voti in condotta, accettazione delle regole, episodi e strategie di contrasto al fenomeno del bullismo. Sarebbe bello, in una scuola dove c’è il tempo e la pazienza (ma forse anche il coraggio) di farlo, poter parlare di emozioni.

A scuola circolano emozioni profonde.
Le emozioni degli studenti che affrontano la loro fatica quotidiana di relazionarsi agli altri, di sopportare la paura del compito in classe o dell’interrogazione, che si innamorano del compagno o della compagna di banco, che entrano in conflitto o al contrario nutrono ammirazione e stima per l’insegnante. A scuola gli studenti portano la loro storia e la loro crescita e si giocano con l’insegnante e con i compagni i loro rapporti e il tumulto emotivo che tali rapporti fanno esplodere dentro. Eppure è assodato che per imparare bisogna stare tranquilli, avere la mente e il cuore sereni, bisogna creare dentro di sé un equilibrio ed una serenità. Occorre far spazio dentro di sé ai contenuti di apprendimento.E’ questa una riflessione poco considerata.
Anche l’insegnante porta a scuola il proprio mondo emotivo.
Il rapporto con gli studenti, la relazione educativa, richiede che l’insegnante sappia relazionarsi oltre che con i bisogni dello studente con le proprie reazioni emotive, le proprie incertezze e forse anche con le proprie paure. L’insegnante è una persona e la classe è un ambiente che espone enormemente alla paura: paura delle critiche, paura dell’ostilità, paura di perdere il controllo, paura della sofferenza. Se solo si potesse trovare uno spazio accogliente e sicuro in cui affrontare le emozioni, dichiararle e poterle guardare, forse si potrebbe fare molto per migliorare il clima della classe, il benessere di chi ci vive dentro e ciò avrebbe molto probabilmente una ricaduta positiva nel processo di insegnamento/ apprendimento.
A partire da questa premessa sarebbe interessante approfondire quali siano le emozioni che i bambini adottati suscitano nell’insegnante.
Cosa scatena avere davanti a sé un bambino abbandonato? A cosa richiama la storia di cui il bambino adottato è portatore?
Forse in molti insegnanti suscita dolore. Come se la cava la maestra, dovendo pensare alla maternità non più nei termini talvolta fin troppo zuccherosi a cui siamo abituati ma invece come esperienza che si è conclusa con l’abbandono di un figlio?
Si potrebbe pensare a questa chiave di lettura.
E utilizzarla per capire perché in seconda elementare la maestra propone alla classe il percorso autobiografico e molto spesso incorre nelle gaffe che la maggior parte dei genitori adottivi hanno riscontrato.
Si potrebbe approfondire il perché la maestra, anche una maestra considerata brava e sensibile, cade e cede alla spietata richiesta di portare ecografie, scarpette della prima infanzia, primi ricordi, mettendo in grande difficoltà i bambini adottati e i loro genitori.
Ci si potrebbe interrogare sul cos’è successo. E provare a percorrere l’ipotesi che davanti al mare di sofferenza che un bambino adottato porta dentro di sé, l’adulto inneschi meccanismi di difesa, percepisca il dolore, non possa o non voglia riconoscerlo, e lo elimini. Dimenticando e rispondendo a quel dolore facendo finta di niente. Annullando una specificità così ingombrante e finendo per non tener conto dei propri sentimenti prima, e di quelli del bambino subito dopo.

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